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di Tittyna (04/01/2007 - 19:34)

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Manila is Back

di Tittyna (09/11/2005 - 22:33)

Manila sta per tornare. L’esperimento del romanzo in progress è stato, per me personalmente, molto positivo. È vero che, a causa del tema trattato, gli ascolti sono stati bassi, ma io mi sono divertita e appassionata. Inoltre, privatamente, ho ricevuto messaggi positivi e questo, unito al mio desiderio di proseguire la vicenda umana di Manila, ha fatto in modo che riprendessi in mano il personaggio per seguirla ancora.

In realtà, devo aggiungere che è stato il personaggio stesso a farsi avanti, lamentandosi della visione parziale che ho offerto di lei, e manifestando il desiderio di essere ulteriormente raccontata.

La storia quindi proseguirà, seguendo altre strade, altri luoghi, altri personaggi.

A presto.

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Occhi Chiusi – 12

di Tittyna (13/10/2005 - 11:04)

 

 

 

 

 

 

 

 

epilogo

- Non vi chiederò perdono. Non ve lo chiederò mai. E lo sai perché? Perché non me n’è mai fregato niente, di voi. E nemmeno delle vostre madri. Vuoi uccidermi? Fallo, fallo pure, sarebbe l’unico modo per farmi male. Non ce n’è un altro. Dici che ho chiuso gli occhi su di voi? Non solo, mia cara, li ho chiusi su tutto quello che non m’interessava. Dici che sono meschino? Può darsi, e allora? Forse la cosa ti sconvolge, ma non me ne frega niente. Non m’importa se è così, o se si tratta solo di una tua opinione. Perché non m’importa di quello che pensi, di quello che pensate, se è vero che avete sofferto, se davvero è stata colpa mia. Ci ha mai pensato che avrei potuto averne cento, di figlie, mille, diecimila, se ogni volta che sono stato con una donna fosse rimasta incinta? È così, e non me ne frega niente, Elisabetta. Di te, di voi, di loro. Di quelle che forse neanche so che esistono. Vuoi davvero uccidermi? Fallo pure, non cambierà nulla, per te.-

- Non puoi essere così. Io non voglio crederci. Non puoi davvero essere così.- disse Elisabetta.

- Invece lo sono. Cosa speravi, dimmi? Che ti chiedessi perdono con sincero pentimento, che facessi propositi per il futuro, nel tentativo patetico di riconquistare il tempo perduto? Sognavi un tenero abbraccio, un bacio dolce, le mie lacrime? Illusa. Per te, forse, è stato tempo perduto, per me no di certo. Ho fatto tutto quello che volevo, tutto. Ho guadagnato e speso, ho avuto donne, automobili, case che tu neanche ti puoi immaginare. Ho visto posti che tu non hai ancora neanche scoperto che esistono. Ho vissuto, me la sono goduta. Non dovevo avere figli, tu dici? Certo, è vero, ma le vostre madri erano a letto con me, non ero da solo. Se hanno permesso ad un uomo come me di avere figli, sono responsabili quanto me. Più di me. E sarebbe lo stesso comunque, perché alla fine me ne frego: di te, di voi, e dei vostri giudizi. Mentre stavate piagnucolando, io vivevo la mia vita. O spettava a voi anche questo?-

- Mi fai schifo!-

- Niente di più comprensibile. E quindi? Credi che questo mi faccia star male, che scuota corde interiori delicate e che mi faccia finalmente capire i miei errori? Scema. L’unico errore che ho fatto è stato venire qui, e l’ho fatto solo perché credevo tu volessi altro. Volevo pagare in contanti la mia pace, il tuo silenzio, la tua scomparsa. Con Manila m’era riuscito alla perfezione, grazie al suo sciocco e infantile amor proprio, ma tu invece niente, un muro di gomma. Avanti uccidimi, non puoi fare altro, non c’è altra soluzione. O mi uccidi, o mi lasci andare via. Non ti aspettare il lieto fine, perché non ci sarà. Non quello che ti aspetti tu. E non ho tempo da perdere, con te.-

Qualcosa di molto simile ad acqua bagnò il pavimento davanti ai piedi di Elisabetta. Ci sono cose alle quali non è dato rispondere, e la parola è un mezzo molto sopravvalutato, per risolvere le questioni. Questa s’era risolta da sola, e non si poteva pretendere più chiarezza. Impugnò, con entrambe le mani, la pistola, quasi a cercare le forze residue per premere il grilletto, ma rendendosi conto, al tempo stesso, che ucciderlo non avrebbe risolto nulla. Il male sarebbe rimasto, perché nella vita non è possibile provare gli attori prima della recita, non è possibile accorgersi prima che uno non è tagliato per il ruolo, non si può sostituirlo.

Manila si voltò verso la finestra, e cercò di raggiungere altri pensieri, altri luoghi, perché sentiva imminente il crollo, e non poteva permetterselo, non davanti a se stessa, prima di tutto. Raggelò pensando che non avrebbe fatto nulla per fermare Elisabetta. In fondo suo padre aveva ragione, quell’orgoglio era la sua più grande forza, ma pure il suo peggior nemico. Ora però quell'orgoglio poteva metterlo da parte, lasciare che fosse la sorella a decidere la sorte di quell'uomo, l’epilogo, la fine della storia.

Elisabetta strinse di nuovo la pistola, con forza, poi sussurrò che non poteva farlo. Lo disse lentamente, sottovoce, mentre con la canna spingeva la fronte di Salvatore indietro, come a volerlo guardare in faccia un’ultima volta, o come se volesse che lui la guardasse, nella speranza che quel volto tanto giovane quanto segnato dal dolore l’inducesse a cancellare quanto detto prima, in un estremo, tardivo atto d’umana pietà. In quegli occhi, invece, vide solo il gelo d’un vuoto che nulla avrebbe riempito, e questa era la peggior condanna, per suo padre. Si, lasciarlo vivere, era questa la peggior condanna, perché prima o poi avrebbe capito, prima o poi sarebbe stato solo, e vecchio, e senza nessuno accanto. Questa, era la peggior condanna, lasciarlo andare incontro al nulla del suo futuro. Le mani strette intorno alla pistola cominciarono a mollare la presa, la canna scivolò verso il basso, verso il pavimento, mentre il calcio umido di sudore lentamente perdeva contatto dalle mani d’Elisabetta.

Fu allora che Manila lo vide. Nel momento stesso in cui capì che la storia era conclusa, che quella pistola sarebbe finita a terra, udì prima, distintamente, il rumore secco, inequivocabile, di una breve esplosione strozzata, poi vide un lampo, breve, come quello di un flash. La scia luminosa di una piccola cometa letale attraversò, a velocità rallentata, tutto il suo campo visivo. Manila la vide sbattere contro l’aria e piegarla, spingerla più che attraversarla, e generare un’onda gassosa che il quel momento le parve capace di smuovere l’intero palazzo. La vide cercare, con millimetrica precisione, la sua unica destinazione, l’impatto fatale.

Elisabetta chiuse gli occhi, nella testa ancora l’eco delle parole maledette, un senso di leggerezza nell’anima come mai aveva sentito, mai aveva creduto possibile percepire.

La cometa la incontrò così, con gli occhi chiusi, l’anima leggera, il cuore finalmente libero. Libero in quell’istante. Libero per sempre. Quella scheggia della follia umana la colse tra gli occhi chiusi, come a disegnarne un altro, perfettamente equidistante dagli altri due, come fosse stato sempre lì, in attesa, in agguato.

Cadde a terra senza neanche un gemito, come se la pallottola l’avesse incontrata già morta, e scivolò indietro, mentre il padre si gettava a terra preoccupandosi che non ne arrivassero altre. Manila si chinò su di lei, ma solo per comprendere che non c’era niente da fare, che quel sangue era già secco. Si rialzò, e s’accorse d’essere sola. Suo padre era già fuggito, portandosi via senza saperlo i rimorsi e i rimpianti che l’avrebbero ucciso.

Manila raccolse la pistola e s’avviò, la vista annebbiata, il cervello in corto circuito, verso l’uscita. Se non ci fosse stata Tania, fuori la porta, a fermarla e a strapparle la pistola, Elisabetta non sarebbe stata l’unica ad avere la foto sul giornale.

Il giorno dopo, mentre sulle prime pagine dei quotidiani troneggiavano foto e interviste esclusive sulla vicenda, Polignani veniva sospeso dal servizio, il cecchino che aveva sparato obbedendo al suo ordine veniva arrestato, Salvatore Contardi prendeva accordi economici per partecipare a trasmissioni televisive.

Manila chiamò il suo superiore, a Roma, per dirgli di non contare più su di lei. La vita prendeva un'altra strada, se vita sarebbe ancora stata.

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Occhi Chiusi - 11

di Tittyna (05/10/2005 - 23:00)

 

-         

 

 

 

 

 

 

L’hai vista? È diventata proprio una ragazza in gamba, chi l’avrebbe mai detto.-

Elisabetta stava parlando più con se stessa che con l’uomo seduto davanti a lei. Aveva nuovamente assunto la posizione da sdraiata sulla scrivania che tanto successo aveva riscosso in precedenza, concedendosi però il lusso, stavolta, di essere meno lasciva, meno sensuale, con gli occhi ben aperti e la canna della pistola rivolta contro il padre, senza un attimo di distrazione o cedimento. Non lo aveva legato, non aveva ritenuto ce ne fosse bisogno. Lo aveva solo obbligato a sedersi davanti a lei, forse per fargli provare la sensazione di prigionia senza corde o sbarre che aveva vissuto anche lei.

-          Di chi stai parlando?- le domandò lui, infastidito da quel protrarsi snervante dell’attesa e poco incline a mettere in moto l’immaginazione. Aveva sperato in una soluzione rapida e indolore, un botta e risposta veloce al quale rispondere con dei “si” che risolvessero tutto e in fretta, a qualunque prezzo, limitando i danni al minimo, ed invece la faccenda pareva diventare infinita.

-          Di tua figlia, l’altra. La mia sorellastra. Manila. Non trovi che sia adorabile? Non la trovi meravigliosamente realistica in questo suo disperato bisogno di realizzarsi, di trovare uno spazio, una dimensione, un riscatto, nonostante gli ostacoli che ha dovuto superare?

-          Lei almeno si è data da fare, si è impegnata, non come te che…-

-          Io cosa, babbo? Io cosa? Posso chiamarti babbo, vero? O forse preferisci più papà, o padre, o maledetto bastardo? Non lo so, dimmelo tu. Forse hai talmente rimosso tutte noi figlie che preferisci un semplice signor Contardi, per mettere sufficiente distanza tra te e i tuoi mancati aborti. Dimmelo tu, cosa preferisci, sono i tuoi ultimi istanti e voglio essere generosa e comprensiva. Io cosa, signor Contardi? Vuoi forse dire che lei, nonostante un padre come te ha cercato lo stesso di fare una buona strada mentre io, a causa di un padre come te ho preferito rotolarmi tra i rimpianti e i “povera me”? Certo, è innegabile che c’è una notevole differenza di carattere tra noi due, non fosse così non l’amerei come l’amo, pure se non gliel’ho mai detto. Ma questo, alla fine, è un momento positivo. Hai finalmente preso atto di essere tu, solo tu, la reale causa di tutti i nostri mali. Tu il responsabile di quanto sta accadendo ora, qui, tra queste mura e in questo paese. Tu, Salvatore Contardi, e la tua faccia che domani sarà su tutti i giornali.-

-          No, quello che sta accadendo è solo e unicamente opera tua, Elisabetta.-

-          Ed eccola qui, in tutto il suo splendore, la tua principale caratteristica. Dio mio quanto sei sempre stato bravo a lavartene le mani. Sempre, in ogni occasione, un vero talento il tuo. Insegnavi ai tuoi amichetti a lanciare i sassi e poi, quando quelli ci spaccavano i vetri delle finestre tu eri innocente, non era mica colpa tua, i sassi li tiravano loro. Tu, sposato, andavi a letto con le altre donne e se quelle restavano incinte non era mica colpa tua, dovevano starci attente loro. E se poi, caso malaugurato, non volevano nemmeno accettare di abortire allora era ancor meno colpa tua. Come dire, se vuoi partorisci pure, ma è una tua scelta ed io, da quel momento, non c’entro più nulla, non sono più responsabile. Ed ora eccolo qua, il tuo mancato aborto. Eccolo qua, il feto sviluppato contro la tua volontà, fosse stato per te mi avresti uccisa in grembo a mia madre. Ma non hai potuto, non hai saputo farlo, perché sei pure un vigliacco.-

-          Stai esagerando Elisabetta, smettila adesso. Dimmi cosa vuoi e pure in fretta che ho altro da fare. Non penserai che perdere tempo appresso a te e alle tue stronzate mi diverta.-

-          Stronzate?? Mi chiedi cosa voglio e le chiami stronzate? Tu non hai capito proprio niente, tu stai ancora pensando che voglio soldi, o un lavoro, o una casa. È così vero? È questo che pensi? Ti sbagli, padre mio involontario. Non è così. Sono due i motivi per cui sei qui, per cui ho fatto tutto questo. Il primo è proprio quello che stiamo facendo: parlare, direttamente, uno davanti all’altra, e pazienza se per ottenerlo ho dovuto usare una pistola. La seconda è per chiudere i conti, e restituirti l’unica cosa che ti devo, per sentirmi in pace con me stessa e dimenticarmi per sempre di te. Anzi, visto che sono megalomane, ho voluto fare le cose in grande, esagerare, come mio solito.-

 

Elisabetta tirò fuori dalla borsa un flaconcino di plastica trasparente, di quelli che si usano per le analisi mediche, dentro il quale s’intravedeva un liquido biancastro.

 

-          Ecco, questo è tutto quanto ti devo. Tutto quanto mi hai dato è qui dentro e adesso te lo restituisco, così siamo pari.- concluse infilando il flaconcino nella tasca della giacca di suo padre. Lui la guardò stupito.

-          È sperma.- concluse sorridendo e voltandogli le spalle. L’uomo ebbe una smorfia di disgusto e allungò la mano per toglierselo di dosso ma Elisabetta voltandosi di scatto gli puntò la pistola facendo cenno di no con la testa.

-          Che c’è? Ti fa schifo? Eppure non mi pare ti abbia mai fatto schifo spargerlo in giro dappertutto. Non è più il tuo sport preferito produrre sperma? Sei cambiato, signor Contardi?-

-          Tu sei completamente impazzita, voglio andarmene subito di qui.- disse alzandosi dalla sedia.

-          Vorresti, lo so, ma non puoi- rispose Elisabetta piantandogli la pistola sulla faccia. Lui tornò a sedersi – facciamo invece il punto della situazione: dunque vediamo, tutto ciò che mi hai dato è stato un po’ di sperma peraltro di pessima qualità. Io te l’ho restituito con gli interessi maturati in questi anni. Ora siamo pari. O meglio, saremmo pari, se non fosse che tu sei mio padre ed avevi l’obbligo, morale e di legge, di occuparti di me. Avevi l’obbligo, comprendi il termine? Avevi l’obbligo di provvedere al mio sostentamento e ai miei bisogni e tra questi, imprescindibile, c’era il mio bisogno di avere un padre amorevole, comprensivo, che si occupasse di educarmi, di sostenermi, di aiutarmi. Ne avevo diritto, capisci? Io ne avevo diritto e tu avevi l’obbligo di farlo. Non l’hai fatto. Non sei stato capace di amare nemmeno Manila, che pure è tua figlia naturale, e nemmeno mia madre, sua madre, te stesso se questo è quanto hai ottenuto. Due figlie che ti odiano, che ti disprezzano, ognuna a modo suo ma senza riserve.-

 

Si alzò, avvicinandosi a lui con la pistola sempre puntata, e l’obbligò ad inginocchiarsi. Attraverso la finestra il sole lentamente tramontava ed Elisabetta, per un momento, sentì dentro di se qualcosa di molto simile alla voglia di morire, o di essere già morta. Guardò suo padre scivolare con le ginocchia a terra e si chiese perché mai il destino avesse deciso proprio quel percorso, per lei. Perché una storia così, una famiglia così, un padre così. Era stata sfortuna, casualità beffarda, o cos’altro? Poteva essere d’aiuto pensare che c’era comunque di peggio? O forse era lei, ad essere sbagliata? Forse tutto quello che stava facendo, era uno sbaglio? Non c’era più tempo per chiederselo, ora doveva arrivare in fondo.

 

-          Chiedimi perdono, adesso, per tutto quello che m’hai fatto. Voglio che mi chiedi perdono, in ginocchio, per tutto il male che mi hai fatto. E voglio che tu lo faccia ora, in questo momento, davanti alle persone che più hanno sofferto la tua meschinità, la tua grettezza. Manila! Manila vieni!!-

 

Manila, appoggiata con le spalle alla porta, fece un salto in avanti come fosse stata svegliata di soprassalto da una granata sui piedi. Si precipitò nella stanza senza avere il tempo di domandarsi nemmeno perché.

Salvatore era in ginocchio, la testa bassa, davanti ai piedi di Elisabetta che aveva poggiato la canna della pistola sul suo cranio lucido di sudore.

 

-          Vieni qui, sorella mia, che nostro padre ha qualcosa di molto importante da dirci. Finalmente.- Manila si avvicinò, circospetta, ancora incerta sulle intenzioni di Elisabetta.

-          Avanti papà, diccelo, siamo qui solo per questo. Poi potrai andartene, tornare alla tua bella casa calda e accogliente, alla tua vita tranquilla, ai tuoi rimorsi, se ne avrai. Io mi farò arrestare da mia sorella e tutto sarà compiuto. Due soddisfazioni al prezzo di una.-

 

Fuori il sole tramontava, lasciandosi dietro gli ultimi riverberi di luce, riflessa ancor di più su due canne lucide, di metallo, sul tetto di fronte.

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Occhi Chiusi - 10

di Tittyna (28/09/2005 - 12:55)

 

-         

 

 

 

 

 

 

-     Sei sicura che non mi accadrà nulla?-

-          No.-

-          No cosa??-

-          No che non sono sicura.-

-          Come non sei sicura?!-

-          Che c’è, vuoi scappare? Pretendi un documento firmato dal notaio che certifichi la tua intoccabilità? Vuoi l’immunità divina?-

-          Io se non è più che sicuro, non c’entro là dentro.-

-          Eh già, tu se non sei sicuro non fai nulla, vero? Che uomo di coraggio, mi sembra di vederti al tavolo delle trattative per cedere un’azienda, con i resoconti dei tuoi uomini che ti assicurano che stai cedendo un rudere decomposto.-

-          Vedo che ti tieni informata, brava. Tua madre come sta?-

-          E che te ne frega, scusa?-

 

Manila bussò alla porta e quella, immediatamente, si aprì. Elisabetta e Salvatore si guardarono in faccia, dopo tanto tempo. Tra loro, a dividerli, una canna di pistola e sei anni di silenzio.

Lei fece cenno agli ostaggi di uscire, poi con il dito indice della mano sinistra invitò suo padre ad entrare. Lui guardò Manila, poi la pistola, poi entrò, convinto più che altro dalla pistola, l’argomento a suo parere più convincente, poiché quello più in diretto contatto con la sua stessa vita. Elisabetta lo seguì con gli occhi e con la pistola, concedendo infine le spalle a Manila, troppo presa dal successo della sua impresa. Suo padre era lì per davvero, non lo aveva mai creduto possibile realmente.

Gli ostaggi si erano già precipitati fuori, in strada, felici unicamente della libertà riconquistata. Se ne fottevano, loro, di quello che poteva accadere adesso. L’importante era esserne fuori, ad abbracciare e baciare parenti ed amici, per una storia finalmente conclusa. Adesso era il tempo della gioia e della liberazione, seguito subito dopo da quello della curiosità morbosa, malata, di televisioni e giornalisti. Polignani aveva lasciato temporaneamente il comando al vice Brugnoli e s’era affacciato in strada per accogliere i salvati e rispondere alle domande. Intanto, di sopra, la storia continuava.

Elisabetta voltò le spalle, prima di chiudere la porta e Manila capì che quello era stato il momento. C’era stato il tempo, si, c’era stato tutto il tempo. In pochi secondi si vide afferrare la ragazza per le spalle, strapparle di mano la pistola approfittando dell’effetto sorpresa oppure, meglio ancora, puntarle lei stessa l’arma alla nuca per costringerla ad arrendersi. C’era stato tutto il tempo, si, eppure quel tempo era passato così, senza alcuna azione, fin quando la porta si chiuse e lei restò fuori.

Chissà se quei secondi interminabili sarebbero stati dimenticati, insieme all’occasione di mettere fine alla vicenda, oppure sarebbero diventati eterni, infiniti, in un continuo rincorrersi di “avrei potuto, avrei dovuto”. La risposta, sicuramente, l’avrebbe data il tempo stesso, e gli avvenimenti seguenti.

Manila restò dietro la porta, incerta se allontanarsi o meno, se lasciare che i due se la sbrigassero da soli oppure pronta ad intervenire in caso di necessità. Poi capì che allontanarsi avrebbe significato solo dilatare i tempi dell’attesa, rendendoli infiniti e inutili. Scivolò, senza neanche accorgersi, con il sedere per terra, la schiena appoggiata alla porta, gli occhi chiusi. Dentro, Elisabetta e suo padre, fuori il resto del mondo. Il mondo di Polignani e dei poliziotti, di Tania e dei giornalisti, delle televisioni invasive, pronte a mostrare la più piccola goccia di sangue, il minimo accenno di odio, di violenza, di follia.

Il mondo della gente comune, quella che siamo tutti, a turno o prima o poi, sempre bloccati dietro un nastro o un cordone di polizia, un manganello e uno scudo di plastica. Così presenti nell’immaginario collettivo che pure se non c’erano restavano lo stesso a debita distanza, tanto era istillata la paura di fare un passo di troppo, oltre la linea retta delle regole stabilite.

Diede due colpi con la nuca alla porta, Manila, quando le venne in mente suo padre, scappato via subito dopo il suo diploma, lasciando lei e sua madre senza il minimo sostegno. Non si piegò Manila, non chinò la testa. Continuò gli studi nonostante tutto perché quella laurea doveva ottenerla ad ogni costo, era il suo traguardo irrinunciabile. Se il suo destino era lavorare di notte e studiare di giorno, senza la minima concessione alle gioie della sua giovinezza l’avrebbe accettato come una prova da superare. Avrebbe dovuto accettare d’indurirsi, certo, ma anche di diventare più forte, più solida, per se stessa e per la donna che l’aveva partorita. Mollare non era verbo per lei, non fosse altro che per dimostrare di essere diversa, l’esatto opposto dell’uomo senza coraggio che era stato suo padre.

Quanto era diversa da Elisabetta e quanto, adesso, l’ammirava. Lei non avrebbe mai accettato di dare una simile soddisfazione a suo padre, per un'idea forse sciocca e infantile d’amor proprio. Nessuna concessione al nemico, niente che potesse fargli capire le sue debolezze, i suoi sentimenti, le sue paure. Niente che potesse fargli capire quanto le era mancato e quanto lo odiava, perché questo avrebbe significato confessare il suo amore per lui, e non poteva permetterselo.

Elisabetta se ne stava fottendo, di tutto questo. Elisabetta aveva solo voglia di vomitargli addosso tutto l’odio, il rancore, la rabbia, la violenza che aveva dentro e che lui, solo lui, aveva creato e nutrito per anni. Facile dire che era pazza, psicopatica, instabile e delirante, troppo facile. Tanto facile quanto sbagliato.

Lo ucciderà. Si, forse lo ucciderà davvero, forse non gli dirà niente, lo guarderà in faccia, con quel sorriso folle e imprevedibile, gli appoggerà la canna della pistola sulla fronte e poi sparerà, ad occhi chiusi, nell’apoteosi completa della vendetta totale, liberatoria, salvifica.

Ed io, pensò Manila, sarò qui ad ascoltare, senza muovere un dito, per lui o per lei. Non farò nulla, no, per salvarlo. Non farò nulla, assolutamente nulla. Come lui non ha fatto mai nulla per me.

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Occhi Chiusi - 9

di Tittyna (19/09/2005 - 00:36)

 

 

 

 

 

 

 

 

Manila entrò nell’ufficio di Polignani senza badare troppo alla forma. L’energia che mise nell’aprire la porta sarebbe stata sufficiente a spalancare il portone di San Pietro e farlo richiudere, tanto che Tania dovette riaprirla, per entrare anche lei e non perdersi nulla.

I tre uomini si voltarono a guardarla come se un carro armato avesse fatto irruzione in una camera da letto a mezzanotte, e Salvatore saltò addirittura due passi indietro finendo contro la finestra.

Manila arrivò davanti al tavolo dove il commissario stava fingendo di scrivere chissà quale amena stupidità, poi, visto che lui pareva non volerne sapere di alzare la testa, pose entrambi i palmi delle mani sul tavolo con tanta delicatezza che i fogli volarono via lasciando Polignani a scrivere sul nudo legno della scrivania. Lui alzò la testa e lei lo guardò in faccia da una distanza talmente ravvicinata da costringerli a sbattere le palpebre a turno.

 

-          Che cazzo stai facendo? Voglio sapere che cazzo stai facendo!-

-          Non capisco, Contardi. Di cosa stai parlando?-

 

Lo odiava profondamente quando la chiamava per cognome. Era sbatterle in faccia il suo ruolo, la sua carica, come un professore che ormai ha perso tutta l’autorità davanti ai suoi alunni e si aggrappa al registro.

 

-          Non fare lo stronzo con me, Polignani. Voglio sapere perché ci sono due vermi striscianti sul tetto-.

-          Precauzione Contardi. Semplice precauzione. Dobbiamo essere pronti per ogni evenienza, e dobbiamo evitare che qualcuno si faccia male-.

-          Con due cecchini sul tetto? Due cecchini non sono precauzione, Polignani, non c’è un commando di terroristi islamici là dentro. Tu hai in mente di fare qualche cazzata, non è vero?-. il padre di Elisabetta prese la palla al balzo.

-          I cecchini? I terroristi? Io non ci vado da lei a queste condizioni.-

 

Manila lo guardò con un disprezzo riservato veramente a pochi. Tania, intanto, prendeva velocemente appunti.

 

-          Falli scendere subito da lì.-

-          Mi stai dando ordini, Contardi?-

-          No, Polignani, ti sto dando consigli. Amichevoli, per ora. Se volevo dare ordini avrei già chiamato il Comando per farti spedire a letto, sotto le coperte con una camomilla calda sul comodino. Ti sto dando la possibilità di darli tu, gli ordini. Falli scendere, Polignani, te lo chiedo per favore, va bene?-

-          Io da quella non ci vado di certo, con i cecchini sul tetto. Metti che si sbagliano e colpiscono me?-

 

Salvatore lo disse a voce così bassa che, per sua fortuna, nessuno lo sentì. Nessuno a parte Tania.

 

-          Perché crede che Elisabetta voglia vedere esclusivamente lei?- gli chiese sopraffatta dal desiderio di fare bene il proprio lavoro quanto Manila il suo.

-          Non lo so, non lo so! Vorrà dei soldi, probabilmente-.

-          Non esistono solo i soldi, lo sai?- Manila s’avvicinò all’intervistato – Ci sono altre cose, che contano, per una figlia. Ma tu questo non l’hai mai capito-.

-          Vuoi insegnarmelo tu, come si fa il padre?- le rispose sprezzante.

-          A uno che è riuscito a costruire due famiglie abbandonandole entrambe non ho niente da insegnare. È già un grande artista così com’è-.

-          Vogliamo muoverci?- Polignani aveva una gran fretta di concludere. Probabilmente s’immaginava già davanti alle telecamere a santificare se stesso in attesa di una quanto mai meritata promozione.

-          Tu fa scendere i cecchini-.

-          Non posso farlo, è una questione di sicurezza-.

-          Fai scendere i cecchini. Io vado su con lui e porto giù gli ostaggi. Non creare problemi Polignani, non è proprio il momento-.

-          E se succede qualcosa? Se quella psicopatica si mette a sparare e ammazza gli ostaggi? Se ammazza pure voi?-

-          Non lo farà. Garantisco io per lei. Tu fai scendere i cecchini e io ti porto giù gli ostaggi, e poi anche lei, senza sparare un solo colpo-.

 

Polignani guardò Manila, poi Salvatore, infine Tania che continuava a scrivere sul suo taccuino senza togliere gli occhi di dosso ai due avversari. Con lentezza esasperante (forse l’aveva visto al cinema) prese in mano la trasmittente.

 

-          Qui è il commissario Polignani. Abbandonate le postazioni di tiro. Ripeto, abbandonate le postazioni di tiro-.

 

Manila fece cenno a Salvatore di seguirla e s’avviò verso la porta, mentre Tania le faceva spazio. L’uomo tentennò, restando fermo al suo posto e cercando nei due poliziotti una parola o un gesto di conforto. Non arrivò. Manila, visto che nessuno s’era mosso, rientrò nella stanza.

 

-          Avanti vigliacco, per una volta nella vita fai finta di essere umano, fai una cosa di cui si possa essere orgogliosi. Una sola-

 

Le parole di Manila, e lo sguardo pietoso che Tania gli rivolse, lo costrinsero a muoversi malgrado fosse l’ultima cosa al mondo che avrebbe fatto. Avrebbe pagato di tasca propria per evitarselo. E per uno come lui voleva dire molto. Sentiva le gambe cedergli ad ogni passo mentre Manila, davanti a lui, procedeva spedita ed elastica come lui ricordava d’averla vista spesso, da bambina, andare a difendere qualche ragazzina più piccola maltrattata dai maschietti. Arrivava lei, con quel passo da artigliere, e già li aveva intimoriti così, con la presenza. Poi chiedeva “beh, che succede qui?”, e quelli svanivano come d’incanto, con l’unica certezza che mai più avrebbero infastidito una protetta di Manila. E Manila le proteggeva tutte, nessuna esclusa, a patto che non fossero prepotenti. O vigliacche. Ci sono qualità con cui nasci, non c’è niente da fare, non te le puoi inventare, e nemmeno coltivare. Ce l’hai, o non ce l’hai. Dove avesse preso quelle qualità era il vero mistero.

Quando giunsero davanti alla porta dell’ufficio dov’era Elisabetta, lui era uno straccio logoro e vecchio. A Manila sembrò di vedere un nonno, invece che un padre.

 

-          Aspetta, aspetta un attimo- disse frignando come un bambino prima di un’iniezione.

-          Cosa vuoi aspettare, dimmi, cosa ancora? Ma non sei stanco di tenere gli occhi chiusi su tutto? Non sei stufo di far finta che non sia vero, e sperare che i problemi si risolvano da soli? Aprili, questi occhi, guarda in faccia quello che hai fatto, ammiralo, questo cazzo di capolavoro che è la tua vita. Basta occhi chiusi adesso, basta. E io non sono tua madre, e sono stufa di farla.-

 

La guardia, in piedi accanto al commissario Polignani, guardò dalla finestra per seguire gli eventi. Poi si rivolse a lui, timidamente.

 

-          Commissario, lei è sicuro di aver comunicato l’ordine con l’apparecchio giusto?-

-          Certo Di Salvo. Sicurissimo.-

-          Mi perdoni se mi permetto ma, guardi che il walkie che ha usato è quello guasto-.

-          Lo so Di Salvo. Appunto. È quello guasto, quindi è quello giusto. In fondo, cambia solo una vocale- e sorrise amabilmente, contento d’aver detto qualcosa che Di Salvo, probabilmente, non avrebbe mai capito.

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Occhi Chiusi - 8

di Tittyna (10/09/2005 - 23:04)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando vide avvicinarsi la macchina della polizia, Manila s’approssimò al bordo del marciapiede e cercò, riuscendoci, di mascherare l’agitazione che sentiva dentro. Attese che l’auto parcheggiasse davanti a lei, poi ci guardò dentro, per sincerarsi che Salvatore fosse realmente seduto sul sedile posteriore. Quindi attraversò la strada e s’infilò rapida nel portone di fronte per raggiungere l’ufficio dov’era barricata Elisabetta Persi. Suonò il campanello e attese. Non molto, per la verità.

 

-          Chi cazzo è? Vattene o ti sparo, oggi non si fanno polizze -

-          Sono io deficiente. Apri -

-          Manila! Sei sola?-

-          No, ti ho portato i California Dream Men -

 

Si sentì una risata isterica, poi la porta si aprì ed apparve Elisabetta, con la pistola puntata e gli occhi sbarrati. Forse era stanca, forse era finito l’effetto prozac, o forse stava semplicemente provando le facce. Faccia cattiva, faccia allegra, faccia eccitata. Se questa era la faccia da matta, le stava riuscendo benissimo. Rimase qualche secondo in quella posizione modello “nikita”, quasi s’aspettasse i flash dei fotografi, poi abbassò l’arma appoggiandola alla coscia destra, inclinata verso l’esterno, in una posa plastica che probabilmente doveva, secondo lei, suscitare un certo effetto. A Manila non ne fece alcuno, a parte strapparle un sorriso di compatimento, più interiore che per la stampa.

 

-          Rilassati, cobra, il nostro uomo è arrivato e ora è dal commissario. Io lo accompagnerò fino a qui, tu nel frattempo slega gli ostaggi e fammeli trovare pronti. Lui entra, loro escono. Problemi?-

 

Elisabetta si trovò spiazzata. Voleva fare la dura, e più tentava più s’accorgeva che Manila dura lo era per davvero. A volte la medesima causa produce effetti diametralmente opposti.

 

-          No, va bene così. A patto che tu sia sola. Niente guardie, niente armi, niente scherzi del cazzo.-.

-          Sarò sola. Niente armi e niente scherzi. Non farne tu. Se stai buona e calma andrà tutto bene e nessuno si farà male.-.

-          Non ci penso neanche, a fare scherzi. Tu portami quel bastardo e basta, che non voglio altro.-.

-          E’ tuo padre.-

-          Una figlia bastarda deve avere per forza un padre bastardo, non credi anche tu?-.

-          E’ sempre tuo padre, pure se è l’ultimo degli stronzi.-.

-          No! È solo uno che si è scopato mia madre qualche secondo di troppo. Ma non è con te che voglio parlarne. Tu non sei certo più colpevole di lui, o di me. Ti ho odiato, certo, chi lo nega. E per un sacco di tempo. Ma adesso basta, è tutto passato, non voglio più essere te, adesso.-

-          Cos’hai intenzione di fare?-

-          Vuoi sapere se voglio ammazzarlo? No, non lo voglio ammazzare. Sarebbe troppo comodo, e poi neanche sarei capace. Però adesso, con questa in mano, dovrà starmi a sentire per forza. Non potrà più scappare.-

-          Posso entrare un secondo? Solo per dare un’occhiata.- lo disse che era già in movimento.

 

Elisabetta si scostò di lato per lasciarla passare, poi richiuse la porta seguendola dentro l’ufficio. Manila diede un’occhiata agli ostaggi, che le sembrarono in buone condizioni, poi si affacciò alla finestra. Salvatore era nella stanza con Polignani e Brugnoli, Tania era in strada, e le sorrideva forzatamente, con un po’ di preoccupazione negli occhi.

 

-          Va bene, vado a prenderlo.- disse Manila tornando verso la porta d’ingresso.

-          Fai in fretta, che per stasera voglio essere fuori.-.

-          Tu, per stasera, sarai dentro.- e si chiuse la porta alle spalle.

 

Brugnoli, Polignani ed il padre di Elisabetta la stavano aspettando con impazienza. Manila uscì dal portone e si fermò per accendere una sigaretta. Sentiva che ci sarebbe stato da discutere e aveva bisogno di preparazione. Sapeva che convincere il padre a salire e a mettersi in pericolo non sarebbe stato facile, anzi, probabilmente stava già trattando con Polignani una soluzione alternativa, e forse quella mente malata del commissario l’aveva pure trovata.

Aspirò una lunga boccata dalla sigaretta e sollevò lo sguardo al cielo, passando per il cornicione del palazzo di fronte. Lì, seminascoste, c’erano due teste incappucciate e due canne di fucile. Manila rimase qualche secondo a soppesarle, incerta se credere o meno ai propri occhi. Forse era il caso di mangiare qualcosa di solido e di smetterla con gli aperitivi alcolici a stomaco vuoto. Il riflesso del sole sulla canna del fucile la colpì direttamente negli occhi ed in quel momento, insieme alla vista, svanirono anche i dubbi.

C’erano proprio due cecchini, su quel tetto. Visto che la soluzione alternativa quel bastardo l’aveva trovata?

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Occhi Chiusi - 7

di Tittyna (05/09/2005 - 12:44)

 

 

 

 

 

 

 

 

Manila rientrò nell’improvvisato ufficio del commissario Polignani, mentre il telefono stava squillando. Il commissario non ebbe neanche in tempo di dirle che la Persi aveva già chiamato e che voleva parlare con lei, che Manila aveva già la cornetta all’orecchio. Lo aveva fatto meccanicamente, come se non